Come funziona una banca centrale?

Avevo promesso una guida a come funziona una banca centrale e a quali sono i suoi strumenti, per approfondire una guida molto semplice sul debito e dar seguito alle considerazioni politiche sugli eurobond (più una discussione più tecnica e approfondita).

750 miliardi di euro: questo è quanto la Banca Centrale Europea (BCE) ha destinato per ora all’acquisto di titoli pubblici e privati per far fronte alla pandemia del virus SARS-Cov-2 fino alla fine del 2020. In altre parole, non è escluso – anzi è molto probabile – che la cifra possa aumentare e il programma possa essere prolungato anche per il 2021. Come spiega la BCE , infatti, l’acquisto di titoli terminerà solo quando la «fase critica della malattia» sarà superata, «ma in ogni caso non prima della fine dell’anno».

Non solo: questo programma, chiamato PEPP (Pandemic Emergency Puchase Programme) andrà ad aggiungersi al preesistente quantative easing e all’arsenale degli altri strumenti di politica monetaria, convenzionali e non convenzionali, a disposizione della BCE. Se non state già capendo niente, se non masticate il gergo della finanza o se avete vissuto sotto una roccia negli ultimi dieci anni, siete nel posto giusto: abbiamo pensato a questa guida per spiegare come funziona una banca centrale. Qui ci occuperemo della funzione della banca centrale e dei cosiddetti “strumenti convenzionali”; in seguito di quelli “non convenzionali”, ideati per far fronte alla cosiddetta crisi del debito sovrano del 2011-2013.

Lo scopo della banca centrale

Una banca centrale è un istituto regolatore indipendente che gestisce la valuta di uno o più paesi, controllandone l’offerta di moneta – letteralmente, la quantità di moneta in circolazione. Più precisamente, la banca centrale si occupa della politica monetaria: valuta cioè come influenzare il costo del denaro (il tasso di interesse) e la sua disponibilità, ossia le condizioni di accesso al mercato del credito.

La Banca centrale è chiaramente un banca speciale. Lo è anche perché è una “banca per le altre banche”, quelle commerciali – cioè quelle dove abbiamo un conto corrente. In altre parole, le banche commerciali possono richiedere prestiti o depositare denaro presso quella centrale allo stesso modo in cui lo può fare ogni privato, cittadino o impresa che sia.

Lo scopo di tutte le banche centrali è quello di mantenere la stabilità dei prezzi. Gli obiettivi della BCE sono prescritti nel Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea e si riassumono nell’impegno a mantenere un tasso di inflazione leggermente inferiore al 2% nel medio termine. Inoltre, la BCE lavora in sintonia con le altre istituzioni europee per favorire «lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale».

Gli strumenti ordinari

Come funziona una banca centrale? Per raggiungere i suoi obiettivi, la BCE solitamente manipola i tassi di interesse di riferimento, che sono tre: il tasso sulle operazioni di rifinanziamento principali (main refinancing operations o MRO, in italiano ORP), il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale e il tasso sui depositi presso la banca centrale.

I primi due sono gli interessi che le banche commerciali devono pagare alla BCE su dei prestiti della durata di, rispettivamente, sette e un giorno (overnight). Anche le banche, infatti, possono indebitarsi: ad esempio perché momentaneamente non hanno denaro a sufficienza per portare a termine tutte le loro operazioni. Potrebbero chiedere questi soldi alle altre banche, che però si farebbero pagare un interesse maggiore: per questo motivo è più conveniente farlo presso la Banca Centrale.

Il terzo tasso di interesse, invece, rappresenta la somma che le banche commerciali riceverebbero se depositassero parte della loro liquidità presso la BCE. Come mai una banca vorrebbe depositare dei soldi? È un po’ come quando mettiamo i soldi sul nostro conto: perché non ci serve averli nel portafoglio.

Quando la BCE taglia i tassi di interesse sta facendo due cose: i) rende più economici i prestiti temporanei, ad esempio con le MRO, e ii) rende meno remunerativi i depositi presso la banca centrale, spingendo le banche commerciali a concedere più prestiti. Questo vale soprattutto ora che i tassi sono negativi: le banche, infatti, dovrebbero pagare per depositare il loro denaro. Dopotutto, se la vostra banca vi chiedesse dei soldi per custodire i vostri risparmi, non preferireste usarli in un altro modo?

Due strumenti a più lungo termine

Inoltre, la BCE ha a sua disposizione anche le operazioni di rifinanziamento a più lungo termine (ORLT o, in inglese, LTRO). Come le MRO, sono operazioni di rifinanziamento (da cui “OR-” nelle sigle), che però devono essere ripagati dopo tre mesi – un po’ come la frutta, si dice che maturano in tre mesi. L’obiettivo degli LTRO è fornire prestiti “all’economia reale” a prezzi agevolati attraverso le altre banche.

Abbassando i tassi di interesse, infatti, la BCE facilita l’accesso al mercato della moneta anche per i privati, perché le banche commerciali possono erogare prestiti con un interesse inferiore. Ma perché allora i tassi di interesse non sono sempre bassi? La risposta, in soldoni, è che un interesse più alto “scoraggia” i progetti imprenditoriali più incerti – in altre parole, la formazione di bolle speculative.

Il compito della banca centrale, insomma, è leggere l’andamento dell’economia e trovare un tasso di interesse sufficientemente alto per impedire la formazione delle bolle, ma anche abbastanza basso per permettere il numero di prestiti più alto possibile, in modo da sostenere la crescita.

 Nei periodi di crisi, e cioè negli ultimi dieci anni, la BCE si è resa conto che questi strumenti non erano sufficienti. Le ragioni sono due: una volta entrati nella zona dei tassi di interesse prossimi allo zero, o addirittura negativi, la banca centrale non ha più carte da giocare. Inoltre, gli strumenti della politica monetaria perdono di efficacia se non sono accompagnati da adeguate politiche fiscali, ovvero quelle decise dagli stati.

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